Armenia, una piccola pedina nella scacchiera del Caucaso

Armenia, una piccola pedina nella scacchiera del Caucaso

Appena sei mesi dopo la dichiarazione d'indipendenza della Repubblica di Armenia (21 settembre 1991) e dopo la dissoluzione dell'URSS, il 3 aprile 1992 vennero stabilite le prime relazioni diplomatiche tra Erevan e Mosca. I contatti tra i due nuovi Paesi furono fin da subito molto assidui, tanto che oggi il Ministero degli Esteri russo conta oltre 200 trattati intergovernativi o interministeriali conclusi, tra cui spicca il Trattato di amicizia, cooperazione e mutua assistenza (1997). Ma la frequenza degli incontri è tristemente collegata ad una complessa eredità lasciata dalle autorità sovietiche: la questione del Nagorno-Karabakh.

Questa piccola regione è storicamente passata sotto il dominio di vari imperi, da ultimo quello zarista. Con la presa del potere dei bolscevichi, dal Mar Caspio al Mar Nero nacque dapprima la Repubblica Federativa Democratica Transcaucasica (che durò solo 3 mesi), poi, dal 1922 al 1936, un Repubblica Sovietica unica che raccoglieva Baku, Erevan e Tbilisi. Fu in questo periodo che, su ordine diretto di Stalin, il Nagorno-Karabakh fu assegnato al Soviet azero, nonostante allora il 98% degli abitanti fosse armeno.

Per sessant'anni le ostilità rimasero sopite sotto il controllo sovietico, ma dagli anni Ottanta (e con il disfacimento dell'Unione alle porte) si riaccesero i forti sentimenti nazionalisti delle singole RSS e al loro interno. Gorbačëv tentò di mediare tra le istanze armene e quelle azere, ma senza successo. Nel 1992 scoppiò un cruento conflitto armato (cui presero parte anche fazioni radicali islamiche, ceceni e mujaheddin afghani), che si fermò solo nel 1994 con la cacciata le truppe azere dalla regione e grazie anche al lavoro diplomatico di Mosca all'interno del Gruppo di Minsk (con USA e Francia). Nonostante la relativa pace, tutt'oggi continuano le schermaglie e gli "incidenti di frontiera" e un accordo definitivo non è mai stato raggiunto; la Russia continua a giocare un ruolo chiave nel difficile dialogo tra Erevan e Baku, che rivendicano costantemente le proprie pretese su questa piccola area autoproclamatasi indipendente (oggi Repubblica dell'Artsakh).

La complessità della situazione ha spesso rischiato di sbilanciare la politica di Mosca verso i due Stati. Possiamo vedere che, fino al 2007, l'80% degli azeri considerava complessivamente positivo il rapporto Russia-Azerbaijan, ma la guerra in Georgia nel 2008 (con l'intervento russo in Ossezia del Sud) e, soprattutto, un presunto accordo sul trasferimento di tecnologie militari russe in Armenia (smentito da Mosca e mai verificato) fecero crollare la percezione al 50%. Data la particolare tensione creatasi tra Baku e Mosca, fu in questo periodo (2008-2013) che si rafforzarono le relazioni con Erevan.

Vladimir Putin tra il presidente armeno Serž Sargsjan (a destra) e quello azero Ilham Aliyev (a sinistra) – Soči (Russia) 10 agosto 2014

Nell'agosto 2010 si è tenuta la visita di Stato del Presidente della Federazione Russa in Armenia, ricambiata un anno dopo dall'allora Capo di Stato armeno Serž Sargsjan (dimessosi il 23 aprile 2018 dalla carica di Primo Ministro), che consegnò a Medvedev la massima onorificenza armena. Oltre le cerimonie, fu Vladimir Putin a muovere passi più decisi.

Nel dicembre 2013, a Erevan, Putin e Sargsjan hanno discusso approfonditamente di cooperazione bilaterale ed in particolare del processo di integrazione nello spazio euroasiatico, che verrà coronato con l'adesione e l'ingresso nell'Unione Euroasiatica nel 2014-15. I dati sul commercio tra i due Paesi indicano una crescita positiva (+3,8% nel 2014), in cui l'export russo domina rispetto alle ristrette potenzialità economiche armene. Tuttavia, come capita spesso nelle relazioni con Mosca, il fulcro degli scambi è il settore tecnologico-militare.



Serž Sargsjan e Vladimir Putin in occasione del summit della Comunità degli Stati Indipendenti (CSI) – Soči (Russia) 11 ottobre 2017

L'Armenia è Stato membro dell'Organizzazione del Trattato di sicurezza collettiva (CSTO) fin dalla sua fondazione e la Federazione Russa ha mantenuto a Gyumri una delle sue basi militari all'estero (102° base militare) prorogandone l'operatività fino al 2044 e ampliandone la capienza aeronautica. L'esercito russo collabora nella 

gestione delle frontiere meridionali armene con Iran e Turchia e, dal 2015, sono stati firmati una serie di accordi tra i rispettivi Ministri della Difesa Šojgu e Oganjan per creare un sistema di difesa aerea congiunta Russia-Armenia, al fine di garantire la stabilità della regione caucasica. La cooperazione militare ha raggiunto livelli crescenti con l'export dei sistemi balistici Iskenderun, con la creazione di una forza militare terrestre congiunta e, infine, con l'apertura di un credito da 100 milioni $ per facilitare l'acquisto di armi russe da parte del governo armeno. Tutte questi progetti sono stati ratificati a maggioranza schiacciante dal Parlamento di Erevan.

Le relazioni bilaterali sono state, come detto, particolarmente attive e proficue per entrambe le parti, ma perché la Russia ha rivolto particolare attenzione nei confronti dell'Armenia? Come scritto da Pietro Figuera in un precedente articolo, le motivazioni sono essenzialmente legate alla geopolitica di una regione, il Caucaso, storicamente instabile e terreno fertile per scontri e guerre.


L'Armenia è l'unica delle tre Repubbliche caucasiche che non ha confini diretti con la Federazione Russa e che, a sua volta, è fortemente ostile alla Turchia (partner spesso imprevedibile per Mosca) e all'Azerbaijan (tenendo indirettamente sotto pressione l'importante traffico energetico dal Mar Caspio, nonostante l'Oleodotto Baku-Tbilisi-Ceyhan escluda totalmente il territorio armeno). Inoltre, Erevan non ha dispute territoriali in corso con Mosca (al contrario della Georgia, se guardiamo all'Abcasia o all'Ossezia del Sud) e la sua popolazione è a maggioranza cristiano-ortodossa e non risulta essere un potenziale focolaio di attività terroristiche (a differenza dell'Azerbaigian, a maggioranza musulmana sunnita, confinante con l'instabile Dagestan e patria del temuto gruppo Azerbaijani Jamaat, vicino all'Emirato del Caucaso ceceno). Tre pregi non da poco, se consideriamo la politica estera del Cremlino degli ultimi quindici anni.

Mattia Baldoni

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