Gas naturale: l’Ucraina dipende ancora dalla Russia?

L'Ucraina post-Euromaidan consuma molto meno gas, iniziandolo a comprare dall'Europa. Il rapporto con la Russia, tuttavia, è ancora cruciale per l'operatività della rete e per la rendita connessa al passaggio di gas verso Ovest.

Nel sottosuolo ucraino si estendono vasti giacimenti di gas naturale, che furono sfruttati fino agli anni Settanta. Più costosi da mantenere rispetto ai campi siberiani, i giacimenti ucraini furono gradualmente abbandonati ed il Paese rifornito da Oriente, nel contesto della pianificazione economica unitaria dell'Unione Sovietica. Al dissolvimento di quest'ultima, l'Ucraina si è così trovata ad essere improvvisamente un Paese con una scarsa produzione di risorse naturali, abitata però da una classe dirigente ed una popolazione abituate a fare parte di uno Stato esportatore.[1]

Questo sbilanciamento, spesso inteso come dipendenza ucraina dalla Russia, ha avuto due effetti. In primo luogo, un esito interno: investita fino a quel momento da un flusso costante di energia a basso costo, l'Ucraina si trovava allora con fabbriche, abitazioni e infrastrutture profondamente inefficienti dal punto di vista energetico. Servivano perciò enormi quantità di gas a basso prezzo, che dovevano essere contrattate con un Paese improvvisamente divenuto straniero. Nel caos provocato da entrambi i lati del confine dallo smantellamento dell'economia pianificata, i rifornimenti a basso costo furono spesso assicurati da mediatori locali, che vennero molto rapidamente assorbiti nei network degli oligarchi industriali. La capacità di acquistare gas a basso prezzo dalla Russia e monopolizzarne la vendita a livello regionale a prezzi maggiorati ha rappresentato un elemento fondamentale nella crescita del potere degli oligarchi stessi.[2]

Il secondo effetto è esterno e riguarda il transito di energia dalla Russia verso l'Europa.[3] Questo problema diventa evidente agli inizi degli anni Duemila, quando accadono due cose: il prezzo del gas sale e in Russia si consolida il potere di Putin. Per le élites ucraine questo significa dover trattare con un potere a Mosca che si fa gradualmente più forte, per ottenere una risorsa che sta diventando più costosa. Le tensioni e le crisi del gas con la Russia, che fino a quel momento avevano riguardato problemi di pagamento nei complessi schemi di baratto emersi durante gli anni Novanta, diventano sempre più centrati sul dilemma del prezzo del gas, che la parte russa vorrebbe più vicino a standard europei, difficilmente raggiungibili per il sistema oligarchico ucraino.






Distretto metallurgico di Dnepropetrovsk

 Nei primi anni del nuovo millennio le crisi del gas si susseguono.[4] Accade tipicamente che le due parti non riescano ad arrivare ad un compromesso sul prezzo entro la fine dell'anno, data di scadenza di questi contratti: all'inizio dell'anno nuovo le negoziazioni si fanno frenetiche, mentre la Russia diminuisce l'afflusso di gas e l'Ucraina minaccia di attingere dalle risorse destinate all'Europa per coprire il proprio fabbisogno. Quest'ultima opzione si realizza durante la crisi del 2006[5], durata undici giorni, e durante la disputa del 2009, che si protrae per ventuno giorni causando danni rilevanti in diversi paesi dell'Europa centro-orientale.[6] In questa occasione i governi occidentali intervengono, ed il contratto stipulato alla conclusione della crisi prevederà un rapporto decennale, in contrasto rispetto ai contratti annuali siglati fino a quel momento.[7]

Se da un lato queste crisi determinano un calo di fiducia occidentale nei confronti della capacità russa di consegnare il gas pattuito, ed un interesse nella posizione ucraina perché tali problemi non si ripetano, dall'altro quest'ultima diatriba diventa uno dei motivi che rende sempre più appetibile agli occhi occidentali l'idea di trasferire il flusso delle risorse russe nel Baltico, tramite il raddoppio del gasdotto Nord Stream. In Ucraina queste crisi esacerbano invece il rapporto con la Russia, e aumentano l'interesse verso l'Europa. Nel contesto di una crescente polarizzazione interna, che vede i politici aizzare una parte del Paese contro l'altra facendo leva sull'identità e la lingua, l'oscillazione tra Russia ed Europa diventa un pilastro della politica estera del Paese.[8] Inizialmente dettato da necessità legate al gas naturale, questo oscillare prende sempre più ampi connotati commerciali, identitari e politici.

È una spaccatura che cresce piano piano e che si fa sempre più difficile da risolvere. La fotografia al momento del rivolgimento di EuroMaidan nel 2014 è quella di un Paese che commercia in pari misura con la Russia e l'Europa, e le cui esportazioni sono prodotte nell'Est russofono per quanto riguarda le merci scambiate con Mosca, mentre l'interscambio con l'Europa origina spesso nella parte occidentale.[9] Non è un rapporto bilanciato: le merci più redditizie vengono prodotte nell'Est industrializzato e russofono, che contribuisce in modo determinante alla terza fetta di esportazioni, quella verso il resto del mondo.[10] Le industrie dell'Est sono vecchie, spesso di epoca sovietica, ed estremamente energivore. Il governo centrale ha bisogno dell'export per mantenere a galla un bilancio in perdita, ed ha bisogno di grandi quantità di energia per sostenere la produzione dei prodotti da esportare. L'energia arriva attraverso i gasdotti che vanno da Est a Ovest, in grandi quantità e a prezzi che non possono essere alzati, perché pregiudicherebbero la profittabilità delle imprese e metterebbero in difficoltà una popolazione già piuttosto insofferente nei confronti della propria classe politica.



I punti d'ingresso in Ucraina e di transito verso l'Europa del gas russo

Cresce la frustrazione nell'Ovest, incatenato ad un rapporto con Mosca i cui unici benefici tangibili sono in un basso prezzo del gas, sempre però sotto minaccia di rialzo e gestito da élites spesso corrotte.[11] Cresce il malcontento nell'Est, dove morde la crisi economica: alla vigilia di EuroMaidan, le industrie del Donbass raschiano il fondo del barile, lì lì per trovarsi in perdita.[12] Cresce l'insofferenza dei due potenti vicini, che assistono ad un continuo avanti e indietro di un governo che cerca di salvare il proprio bilancio ottenendo concessioni ora dalla Russia, ora dall'Europa. Ognuno è scontento, ma la situazione resta bloccata: cambiare corso è costoso, un salto nel buio. L'inerzia prevale.

Poi, nel 2014, tutto cambia. Il rivolgimento politico culminato nella cacciata di Yanukovich permette infatti di superare tre ostacoli prima insormontabili.

  • 1.I Paesi europei confinanti accettano di potenziare i gasdotti e permettere il flusso di gas da Ovest ad Est (il cosiddetto 'reverse flow'). Nell'Europa orientale pre-sanzioni sarebbe stato impensabile scegliere di inimicarsi in questo modo Gazprom, principale fornitore regionale di gas;
  • 2.la crisi politica, la minaccia russa e il senso diffuso di straordinarietà rende politicamente più accettabile il rialzo dei prezzi al dettaglio. Benché sia tuttora un argomento delicato e cruciale per il consenso politico, i rialzi di questi anni non sarebbero stati praticabili nell'era pre-Euromaidan;
  • 3.l'occupazione della Crimea e poi, soprattutto, il conflitto nell'Est del Paese tagliano fuori alcune tra le regioni con i consumi più alti di gas. I Quattro distretti interessati da questi eventi rappresentano da soli il 61% della riduzione dei consumi di gas tra il 2013 e il 2014. Unitamente al calo avvenuto nelle altre regioni, la riduzione totale rappresenta il 21% dei consumi del 2013.[13]

L'Ucraina inizia così a comprare quantità di energia nel complesso minori da Occidente, a prezzi più alti. Ciò che prima sarebbe stato impensabile, diventa realtà.

Oggi il gas naturale è scivolato al secondo posto nel consumo di energia del Paese, dopo decenni di preminenza indiscussa. Nel 2016 ha pesato per il 28%, dopo il carbone che rappresenta circa il 36% dei consumi.[14] Una parte di esso viene ancora estratta in Ucraina, benché la maggior parte delle miniere si trovi nell'area occupata dai separatisti filorussi. Di qualità particolarmente elevata, il carbone ucraino veniva e viene usato soprattutto in due regioni, Dnipropetrovsk e il Donbass, che insieme a Kyiv costituiscono le aree più industrializzate del paese.[15] Il gap creatosi tra produzione e consumo viene coperto con nuove importazioni: è molto probabile in realtà che una fetta importante di esse non siano altro che carbone del Donbass separatista re-importato tramite Paesi terzi. Questo sarebbe il caso per esempio delle importazioni dalla Bielorussia, che non ha miniere di carbone.[16]

La fetta residua del consumo energetico del paese viene coperta dal nucleare (23%) e dal petrolio (12%), che segue un trend di progressiva emarginazione degli import di Mosca, in favore di Bielorussia e Kazakhstan, che impiegano però rispettivamente il greggio e le infrastrutture russe. Esiste poi una fetta di idroelettrico (0,7%), basato sull'uso delle dighe sovietiche, e uno 0,1% tra solare, eolico e geotermico. Mentre l'alto costo associato alle rinnovabili rende lo sviluppo di questo settore meno allettante per il governo centrale, ripetuti sforzi sono stati fatti per il raddoppio della centrale di Khmel'nisky, costruzione rimasta incompiuta inizialmente in conseguenza del disastro di Chernobyl' e successivamente per via del collasso economico causato dal dissolvimento dell'Unione Sovietica. Progetti e negoziati si sono succeduti per decenni, e la recente assegnazione dell'appalto ad una azienda russa è destinata a far discutere e, probabilmente, a rallentare nuovamente la costruzione.[17]

Centrale nucleare di Zaporozhe

 Conclusioni

Dal 2014 il consumo di gas naturale in Ucraina si è ridotto, ed il Paese ha cessato di importare questa risorsa dalla Russia. Il rapporto con Mosca tuttavia è ancora cruciale per due ragioni.

  • 1.le importazioni dall'Ovest vengono pagate con i diritti di passaggio corrisposti da Mosca per il transito di energia verso il mercato europeo. La Russia assicura circa 3 miliardi € per far passare il gas attraverso il territorio ucraino, fondi che vengono successivamente girati ai Paesi europei per ottenerne in cambio una parte dello stesso gas.[18]
  • 2.la rete di trasporto ucraina risale ai tempi sovietici, ed avrebbe bisogno di grossi interventi per essere riparata e rinnovata. La rete per funzionare necessita che siano in transito volumi di gas rilevanti, senza i quali il senso di mantenere la costosa infrastruttura potrebbe essere rimesso in discussione.[19]

Questi due elementi spiegano la forte preoccupazione da parte ucraina nei confronti del progetto di raddoppio del gasdotto Nord Stream, che consentirebbe di spostare sul corridoio del Baltico l'intero volume delle esportazioni russe verso l'Europa. Ciò priverebbe Kyiv di entrate cruciali e potrebbe mettere in discussione il funzionamento stesso della rete di distribuzione ucraina.

La questione dell'interdipendenza tra Ucraina e Russia nel campo del gas naturale è perciò ancora aperta. Gli sviluppi di essa dipenderanno da due fattori.

Primo, quanto rapidamente la Russia sarà in grado di completare il Nord Stream 2 e se i Paesi europei, in particolare la Germania, accetteranno di spostare nel Baltico il flusso di gas, cosa che da un lato hanno promesso ripetutamente di non fare, ma dall'altro sarebbe uno dei motivi che rende il nuovo gasdotto economicamente sostenibile. Perciò, malgrado le assicurazioni occidentali, è opinione diffusa in Ucraina che lo spostamento a Nord del transito del gas sia una questione di tempo.[20]

Secondo, sarà importante la velocità a cui il Paese riuscirà parallelamente a dotarsi di una robusta produzione interna di energia. Il calo dei consumi di gas ha infatti ridotto la distanza tra questi e l'estrazione locale, che potrebbe in un futuro non lontano coprire l'intero fabbisogno del Paese.[21] L'Ucraina dispone delle più grandi riserve europee di gas dopo Russia e Norvegia, dislocate tra il Mar Nero, le regioni Occidentali, e le aree di Kharkiv e Poltava, che si trovano tra la capitale e il confine russo. Sono queste ultime riserve in particolare che sono state oggetto degli sforzi del governo per incentivare gli investimenti privati, che nelle intenzioni di Kyiv dovrebbero da un lato aumentare la concorrenza in ottemperanza alle direttive europee, e dall'altro fornire quei capitali di cui al momento il governo è a corto.[22] Malgrado una legislazione sulla carta molto favorevole però, mentre queste parole vengono scritte l'operazione procede ancora a rilento,[23] tra problemi burocratici, tecnici, ed un clima politico non del tutto favorevole all'ingresso di nuovi attori in un mercato delicato e nevralgico come quello del gas.[24] [25]



Giulio Benedetti


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